Il primo cittadino ascoltato dalla Squadra Mobile come persona informata sui fatti per il duplice omicidio di Sara e Antonella. Il legame politico con l'ex sindaco Gianni Di Vita, rimasto solo.

CAMPOBASSO / PIETRACATELLA – Nuovi sviluppi nell'inchiesta sul "giallo di Pietracatella", il misterioso caso di avvelenamento da ricina che ha strappato alla vita la quindicenne Sara Di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi, di 50 anni. Nella mattinata di oggi, il sindaco del paese, Antonio Tomassone, si è recato presso gli uffici della Questura di Campobasso per essere ascoltato dagli agenti della Squadra Mobile in qualità di persona informata sui fatti.
Tomassone, riconfermato alla guida dell'amministrazione comunale proprio la scorsa settimana, è da sempre legato da un profondo vincolo di amicizia e di militanza politica a Gianni Di Vita, ex sindaco del piccolo borgo molisano e, tragicamente, unico superstite del nucleo familiare decimato dal potente veleno.
Il primo cittadino è varcato la soglia degli uffici di via Tiberio poco prima delle ore 11:00. L'audizione rientra nell'ampio filone investigativo coordinato dalla Procura della Repubblica di Larino, che attualmente procede con l'ipotesi di reato di duplice omicidio contro ignoti.
Al termine del colloquio, durato qualche ora, Tomassone ha risposto con fermezza e compostezza alle domande dei cronisti che lo attendevano all'uscita:
«Non ero ancora stato sentito dai magistrati, credo anche perché in paese eravamo nel pieno della campagna elettorale. Penso sia del tutto normale che anche io sia stato convocato in questa fase. Gli inquirenti stanno sentendo a tappeto un po’ tutti per ricostruire il quadro e capire realmente cosa sia accaduto in quella casa; io ho la massima fiducia nel loro operato». I giornalisti hanno incalzato il sindaco chiedendo se le domande degli investigatori si fossero concentrate sull'attività politica e amministrativa condivisa in passato con Gianni Di Vita.
«Non posso riferire i dettagli coperti dal segreto istruttorio – ha chiarito Tomassone – ma posso confermare che si è parlato di tutto a 360 gradi. È normale che si facciano accertamenti approfonditi su ogni aspetto della vita pubblica e privata. Io stesso ho ricoperto il ruolo di assessore quando Gianni era sindaco del paese».
L'attenzione degli inquirenti sul passato amministrativo serve a escludere o confermare l'ombra di eventuali vendette o ritorsioni politiche dietro lo spaventoso avvelenamento. Nel frattempo, il paese cerca faticosamente di voltare pagina: «Abbiamo capito che ci vorrà molto tempo perché la situazione clinica e giudiziaria è complessa. La nostra comunità ora chiede solo di poter vivere con un po’ di tranquillità questa attesa. Proviamo a tornare alla normalità, restando stretti attorno ai parenti delle vittime. Il dolore è immenso».
Un pensiero finale è andato proprio a Gianni Di Vita, schiacciato dal lutto e dall'attenzione mediatica: «È comprensibilmente molto giù. Oltre alla tragedia della perdita di moglie e figlia, i familiari non riescono a vivere una vita normale a causa dell'altissima pressione dei media nazionali che si sono riversati in paese».







